Si è soliti individuare le origini del Karate nel metodo di combattimento indiano che venne introdotto dal 28° patriarca buddista Bodhidharma (noto in Giappone come Daruma Taishi), vissuto nel V-VI Secolo d.C., il quale, trasferitosi dall'India in Cina, si stabilì nel tempio di Shao-lin (in giapponese Shorinji). Qui egli avrebbe iniziato ad insegnare tecniche di respirazione ed altri esercizi che sono alla base delle moderne arti marziali. Dalla Cina, secondo una delle ipotesi più credibili, attraverso la Corea la tecnica di combattimento del tempio di Shao-lin arrivò nell'arcipelago giapponese delle Ryu Kyu ed ebbe una particolare evoluzione nell'isola di Okinawa dove la tradizione narra che si sviluppò definitivamente quando i Giapponesi invasero l'isola e vietarono ogni arma. Questo metodo di combattimento, conosciuto col nome di Okinawa-te (mani di Okinawa), assunse specifiche denominazioni dal nome di tre località in cui veniva praticato: Shun-te (mani di shun), Naha-te (mani di Naha ) Tomari-te ( mani di Tomari).
Da questo momento in poi si è in grado di ricostruire con più sicurezza lo sviluppo e l'evoluzione che hanno portato all'odierna configurazione del Karate e delle varie scuole e stili in cui esso si articola. Gichin funakoshi , così come Jigoro Kano aveva fatto per il Ju-jitsu, trasformandolo in Ju-do, tramutò il Karate di Okinawa in Karate-do, cioè sviluppò ed esaltò l'aspetto educativo di questa disciplina. Da allora il Karate ha subito ad opera di altri grandi Maestri, una profonda evoluzione sia sul piano tecnico-fisico, sia su quello della concezione stessa della difesa personale.
Dal punto di vista tecnico , possiamo così riassumere le più rilevanti novità:
- introduzione di criteri di allenamento derivanti dalle moderne concezioni della preatletica, anche con l'utilizzazione dei pesi e con l'ampliamento dell'originario nucleo di esercizi;
- evoluzione delle tecniche da combattimento, rispetto alla rigidità dei canoni antichi, con l'individuazione di combinazioni più fluide e meno schematiche, protese anche verso una circolarità delle azioni, prima quasi assente;
- sportivizzazione della disciplina, attraverso l'adozione dello shiai kumite (gara sportiva), reso possibile con l'individuazione della nozione di "controllo" dei colpi, decisa nel 1937 in un summit di Maestri in Giappone.

Il fondatore del Wado Ryu Hironori Hotsuka (Dx) |

Il logo del Wado Ryu |
Gli aspetti che nello stile Wado rappresentano degli elementi di innovazione o di valorizzazione di alcune tendenze del Karate moderno, possono così essere elencati per titoli:
- elementi di fisiologia moderna
- innesto di alcune tecniche e principi derivati dal Ju-jitsu: tecniche di proiezione e leva
principio della flessibilità ( ju ), in base al quale anziché opporre ad una forza indirizzata verso di noi una forza contraria, si asseconda, attraverso tecniche di schivata, l'azione dell'antagonista, sbilanciandolo utilizzando la sua stessa energia movimenti agili e posizioni sempre raccolte, con:
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spostamenti piccoli e rapidi
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gambe raccolte, posizioni più alte, e quindi, meno statiche
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uso costante del ritorno immediato del pugno ( ikite ) e del piede ( ikiashi ), dopo aver eseguito tecniche di attacco o di parata
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movimenti secondo 4 principi, indicati efficacemente con alcuni termini giapponesi:
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nagosu : rapidità dell'acqua
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i nasu : scivolamento ( come una goccia di rugiada )
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noru : fluttuazione (come l'onda del mare )
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nogare : scivolamento all'indietro ( per porsi a distanza )
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essenzialità delle tecniche, in omaggio al principio: sei ryoku zen' yo
(massimo risultato con il minimo sforzo)
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padroneggiamento della respirazione e della muscolatura, per ottenere fluidità e risparmio di energia:
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contrazione massima nell'impatto, decontrazione nei movimenti (è questo uno degli aspetti che consente di compensare e superare il deterioramento fisico dovuto al crescere dell'età)
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adozione, nelle tecniche di difesa, del principio della schivate e dell'accompagnamento dei colpi avversari, invece di quello dell'impatto, anche al fine di utilizzare l'energia avversaria contro lo stesso attaccante
(ponendolo in squilibrio, scoordinandolo, ponendolo in controtempo, ecc.)
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adozione del principio della circolarità:
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uso fluido e accentuato della rotazione delle anche uso della rotazione delle avanbraccia e dei pugni, negli attacchi e nelle parate postamenti circolari del corpo (taisabaki, nagashi), tecniche circolari di piede (mawashi geri), tecniche circolari di pugno (mawashi tsuki).
La pratica e lo studio del Karate si articola su più "argomenti", tutti indirizzati sullo stesso obiettivo, il miglioramento dell' individuo, sia nel fisico, ma sopratutto nello spirito, nella consapeviolezza di se stessi.
Lo studio del Karate è fatto di Kihon, Kata e Kumite.
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Il Kihon sono le fondamenta del Karate, non per niente Kihon si traduce con fondamentali, intese come tecniche fondamentali.
Nel Kihon si eseguono tutte le tecniche di difesa e offesa, da fermo e in movimento.
Il Kihon si può dividere in 4 grandi tronconi; Kihon Uchi, i fondamentali delle percosse, a mano aperta e chiusa.
Kihon Uke, fondamentali delle tecniche di parata.
Kihon Geri, Fondamentali dele tecniche di calcio.
E infine il Renraku Waza, che sono le tecniche in combinazione.
Le finalità che si perseguono nel kihon sono diverse. Innanzi tutto si impara a controllare il proprio corpo e a esplorarne i propri limiti, inoltre, continuando a provare le tecniche, si riesce a comprendere dei concetti chiave, comuni a tutte le arti marziali, come il controllo dell'equilibrio e l'uso delle leve corporee.
La pratica del kihon è una costante negli allenamenti di un buon karateka: la ricerca della perfezione e il continuo desiderio di migliorare il proprio stile sono, infatti, caratteristiche che accomunano il novizio praticante al più veterano ed esperto maestro.
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I Kata sono tutto il patrimonio che i fondatori dei vari stili ci hanno lasciato in eredità.
Uno degli aspetti più difficili da comprendere per chi si avvicina alla pratica del karate è lo studio dei "kata", le forme di combattimento simulato in cui il karateka esegue, senza avversari, una sequenza di tecniche predefinita.
Il kata è, come detto in precedenza, una delle attività del karate più difficili da praticare correttamente perché richiede una concentrazione e un atteggiamento mentale non comuni. Per riuscire a concentrarsi e portare con la massima determinazione tecniche senza trovarsi di fronte degli avversari, occorre aver maturato una comprensione dell'essenza del karate do che va oltre il semplice allenamento fisico.
Nel karate il kata è sempre la trasposizione codificata di un combattimento reale tra più avversari e le situazioni possono essere le più varie e di volta in volta si utilizzano tecniche di attacco o di difesa in risposta ai presunti movimenti degli avversari. Non essendo creazione di un unico maestro, i kata derivano dall'esperienza accumulata nel corso di molte generazioni. Nonostante la forma ci sia perfettamente nota, a volte il significato rimane incerto.
A ogni tecnica gli allievi possono dare l'interpretazione che più sembra loro verosimile, si presume infatti che ogni karateka individui da solo il significato dei gesti che compie in funzione del proprio progresso personale.
Si suppone addirittura che in passato le forme siano state volontariamente deformate per riservare il sapere ai soli discepoli che fossero al corrente di tali alterazioni. Si comprenderebbe perché i gesti abbiano continuato ad essere trasmessi, mentre si sia ormai perduta la maggior parte delle spiegazioni.
Non esistono quindi attualmente interpretazioni sicure, e i karateka di un certo livello interpretano i kata alla luce della propria esperienza.
Esecuzione
Sono dieci gli elementi fondamentali nell'esecuzione del kata:
Lo stato mentale (yo no kisin) |
è uno stato di massima concentrazione, la stessa concentrazione di un individuo nel momento in cui si sente attaccato; |
L' attivo e il passivo (inyo) |
il karateka deve ricordarsi sempre le situazioni di attacco e difesa; |
La forza
(chiara no kiojanku) |
il modo di usare e dosare forza e potenza in ogni momento del kata e in ogni posizione; |
La velocità
(waza no kankiu) |
da graduare in base al tipo di tecnica e alla posizione; |
La contrazione (taino shin shoku) |
il grado di contrazione ed espansione del corpo in ogni tecnica e posizione; |
La respirazione (kokiu) |
il controllo della respirazione deve essere sempre in perfetta sintonia con i movimenti del kata; è fondamentale che sia eseguita correttamente; |
Il significato (tyakugan) |
per rendere realistico il kata, ogni tecnica deve essere eseguita come se effettivamente si stesse combattendo, il significato va ricordato in ogni movimento visualizzandolo mentalmente; |
Unione di corpo e mente
(kiai) |
è un "urlo" eseguito in punti prestabiliti del kata. Si tratta più precisamente di un'emissione vocale data dalla contrazione della parete addominale e conseguente pressione sul diaframma con simultanea fuoriuscita di aria dalla bocca; |
La posizione
(keitai no hoji) |
si riferisce alla corretta posizione da tenersi in ogni tecnica del kata. Eseguire posizioni sempre uguali e corrette permette di iniziare e concludere il kata nello stesso punto (enbusen); |
La guardia
(zanshin) |
restare nella posizione di guardia appena terminato il kata permette di conservare lo stato di allerta tipico. Dopo aver ottenuto un perfetto zanshin, ci si rilassa e poi si effettua il saluto (rei). |
Il Kumite è il combattimento, letteralmente incrociare le mani.
Il kumite è il combattimento vero e proprio, un'attività nella quale due avversari si attaccano e difendono vicendevolmente utilizzando le tecniche del karate .
Per capire meglio di cosa si tratta, è necessario preliminarmente fare alcune distinzioni. In prima approssimazione distinguiamo il combattimento formale o convenzionale da quello libero.
Il combattimento formale o convenzionale
Questo tipo di combattimento necessita di un controllo costante delle tecniche poiché l'attacco deve bloccarsi ad una distanza compresa tra tre e gli zero centimetri dall'avversario e tuttavia deve essere praticato con il kime .
Kime (letteralmente visualizzare [me] l' energia [ki]) si può tradurre come "decisione estrema", cioè l'espressione dell'efficacia massima delle tecniche corporee. Due nozioni sono racchiuse all'interno di quella di kime : quella di perfezione estrema e quella di grado di forza elevato fino al limite.
I due avversari allora elaborano alternativamente l'attacco e la difesa.
Esistono tre forme abituali di combattimento convenzionale:
Ippon kumite , consiste in un attacco e una parata semplici scelti fra le tecniche di base e predeterminati, ripetuti da tre a cinque volte. |
| Esempio: |
attacco pugno alto (Jun Tsuki jodan) - parata alta (Jodan age uke) e contrattacco pugno medio (gyaku tzuki chudan)
attacco pugno medio (Jun Tsuki chudan) - parata a livello medio (Chudan soto uke) e contrattacco pugno medio (chudan gyaku tzuki)
attacco calcio frontale (maegeri) - parata bassa (gedan barai) e contrattacco pugno medio (chudan gyaku tzuki). |
In questo tipo di combattimento si impara la concordanza delle cadenze che è il livello più elementare, allenandola in modo ripetitivo e inoltre si imparano a valutare i concetti di "distanza" e di "intervallo di tempo".
Il combattimento libero
Nel combattimento libero tradizionale gli avversari lavorano controllando gli attacchi, lo fanno liberamente seppur nel rispetto di certe convenzioni perché comunque non si tratta di un combattimento reale.
Nel combattimento, libero occorre in primo luogo perfezionare la capacità di controllo, la percezione dei movimenti e la percezione degli attacchi dell'avversario.
Nel combattimento libero si cerca di integrare la valutazione della distanza con la scelta di tempo e ritmo di esecuzione nella totalità delle tecniche pur restando all'interno della convenzione.
Le abilità che si esercitano, consentono di arrivare alla vittoria, da una parte individuando i momenti di vuoto dell'avversario, e dall'altra valutando correttamente sia la distanza che il tempo di esecuzione insieme alla percezione degli istanti di pericolo e di sicurezza.
Nel karate gli istanti di sicurezza sono quelli in cui la mano o il piede di un avversario non ci toccano anche se si trovano a distanza molto ravvicinata, e questa è un'analogia rispetto al combattimento con la sciabola.
La valutazione rigorosa ed esatta della distanza spaziale e temporale come l'assimilazione e la padronanza dei diversi ritmi sono gli obiettivi da svilupparsi nel metodo di progresso.
"L'obiettivo sarà allora quello di acquisire una maturità della propria coscienza che consenta di esistere più intensamente nel tempo e nei gesti del combattimento".
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