Una strada ('do') da percorrersi con cedevolezza ('ju') allo scopo di dominare il proprio corpo per liberare tutta intera la potenzialità dello spirito : è questo, per i giapponesi, il fine più alto del judo. Quella che per noi è una lotta sportiva di grande fascino, per loro è anche rinnovamento della tradizione guerriera degli antichi, nella conservazione dei principi morali e degli ideali mistici della religione buddista. La sintesi tra tradizione marziale, filosofia, religione e sport è opera di Jigoro Kano , professore di anatomia all'università imperiale di Tokyo e appassionato studioso di quell'antica e micidiale tecnica di lotta senza armi praticata dai samurai fin dal XVI secolo che va sotto il nome di 'ju-jitsu'. Questa tecnica di lotta era ormai in decadenza perché troppo violenta (non escludeva alcun colpo, anzi ne prevedeva parecchi mortali) e, come metodo di addestramento militare, era stata superata dalla modernizzazione dell'esercito nipponico.
Incontrò diversi maestri che lo iniziarono al Jujitsu, e dopo alcuni anni di apprendimento, fondò una sua scuola chiamata Kodokan e cominciò ad insegnare il proprio metodo chiamato Judo.
Dice Kano :" Studiai il JuJitsu non solo perchè lo trovavo interessante, ma anche perchè lo ritenevo il metodo più efficace per l'educazione sia del corpo che dello spirito. Per questo mi è venuta l'idea di diffonderlo ovunque. Ma era necessario cambiare il vecchio Jujitsu, per renderlo accessibile a tutti, perchè il vecchio stile non era immaginato per l'educazione fisica omorale... Perchè l'ho chiamato Judo invece che Jujitsu ? Quello che insegno non è solo jutsu, arte o pratica, ma è anche Do, via o principio." In queste poche parole del professore Kano è spiegato chiaramente il principio che lo ha spinto a creare il Judo e la sua scuola il Kodokan. La definitivasupremazia sulle altre scuole di Jujitsu venne quando, sotto gli auspici del capo della polizia metropolitana, fu indetto un torneo tra le due scuole. Il Kodokan vinse tutti i combattimenti tranne due finiti in parità. La profonda conoscenza delle tradizionali tecniche di lotta (specialmente del ju jitsu), dell'anatomia e della fisiologia umane e della fisica, permise a Jigoro Kano di rendere praticamente possibile l'affermazione paradossale che « il più debole vince il più forte». Lo stesso padre del judo spiegò con un esempio come ciò potesse accadere. Se un uomo, la cui forza può essere valutata 10, assale un altro uomo la cui forza è 7 e quest'ultimo tenta di contrastare il primo, l'esito dello scontro non potrà essere che favorevole all'uomo 10'. Ma se l'uomo 7' non oppone forza a forza e si scansa quando l'uomo 10 produce il massimo sforzo di spinta, quello perderà l'equilibrio, mentre l'uomo 7 manterrà il suo. Sbilanciato e annaspante, l'uomo 10 non potrà più usare tutta la propria forza, ma solo una parte, diciamo 3: ed ecco che all'uomo 7 sarà sufficiente impegnare soltanto metà della propria forza in una mossa opportuna per aver ragione del l'avversario. Naturalmente per raggiungere risultati del genere occorrono un lunghissimo allenamento, lo studio approfondito di ogni tecnica del corpo e dei momenti di migliore equilibro, la capacità di reagire prontamente a qualsiasi tipo di attacco, di cadere in tutti i modi possibili senza farsi male e di riacquistare immediatamente l'equilibrio. |